IL DIRITTO ALLA FINZIONE
Aggiornamento: 21 set
Quello che lo schermo dichiara e la realtà nasconde
C’è un momento, al cinema, in cui accade qualcosa di piuttosto strano. Le luci si abbassano, la sala scompare e davanti a noi cominciano a muoversi persone che non esistono. O meglio: esistono gli attori, esistono i luoghi, esistono i corpi. Ma ciò che stiamo guardando è una costruzione. Qualcuno ha scritto quelle parole. Qualcun altro ha deciso dove mettere una macchina da presa. Una stanza può essere un set, una notte può essere stata girata alle dieci del mattino, una lacrima può essere arrivata al settimo ciak. E noi lo sappiamo. Nessuno entra in sala pretendendo che il cinema gli dica la verità.
Gli chiediamo quasi il contrario. Gli concediamo il diritto di mentire. Forse è questo uno dei patti più affascinanti che continuiamo a stipulare con lo schermo: per qualche ora accettiamo consapevolmente una finzione dichiarata e, proprio per questo, abbassiamo una parte delle nostre difese.
Non importa che quella casa non esista, che quell’amore sia stato scritto, che quella guerra sia stata ricostruita o che un attore morto sullo schermo si alzi poco dopo per andare a cena. Per il tempo di un film, ci crediamo. Non perché siamo stati ingannati. Perché abbiamo scelto di esserlo. Eppure il paradosso comincia proprio qui. A volte usciamo da una sala con la sensazione che quelle due ore inventate ci abbiano raccontato qualcosa di tremendamente vero. Non necessariamente qualcosa sul mondo.
Qualcosa su di noi.
Al cinema le maschere sono dichiarate. Hanno un nome nei titoli di coda, un costume, un trucco, una luce scelta apposta perché il volto appaia in un certo modo. Fuori dalla sala le cose si complicano. Le maschere non spariscono. Semplicemente, smettono di chiamarsi così. Diventano ruoli. Quello professionale. Quello familiare. Quello sociale. Quello che assumiamo davanti a qualcuno che desideriamo impressionare. Quello che ci protegge. Quello che abbiamo indossato così a lungo da non ricordare più con precisione quando abbiamo cominciato a farlo. Alcune sono necessarie. Altre probabilmente ci somigliano davvero. Altre ancora finiscono per aderire così bene al volto da rendere difficile capire dove termini la parte e dove cominci la persona. Ed è curioso che proprio il cinema — il luogo nel quale la finzione viene costruita con maggiore precisione — riesca qualche volta a renderle visibili. Forse perché una maschera, quando sappiamo che è una maschera, possiamo finalmente guardarla.
C’è poi un altro dettaglio. Il cinema non ci mostra mai tutto. Ogni inquadratura è anche una sottrazione. Nel momento in cui qualcuno decide che cosa entra nel fotogramma, decide inevitabilmente anche che cosa ne rimane fuori. Una porta chiusa. Una voce che arriva da un'altra stanza. Un personaggio che non vediamo. Qualcosa accaduto prima che la scena cominci o che accadrà dopo che sarà finita. Il fuori campo non è il luogo in cui non succede niente. Molto spesso è il luogo in cui lo spettatore comincia a immaginare. E forse nella vita facciamo qualcosa di simile. Costruiamo continuamente inquadrature. Di noi stessi, degli altri, delle relazioni, perfino dei ricordi. Mostriamo alcuni frammenti e ne lasciamo altri fuori. Scegliamo fotografie. Raccontiamo episodi. Conserviamo versioni. Tagliamo particolari. A volte non per mentire, ma semplicemente perché nessuna vita può essere contenuta interamente nell'immagine che ne diamo. Poi incontriamo qualcuno e vediamo la sua inquadratura. Quasi mai il suo fuori campo.
Forse è anche per questo che certe storie inventate riescono a sorprenderci. Perché hanno il permesso di fare ciò che nella realtà facciamo più fatica a concederci: dichiarare apertamente la propria costruzione. Un film può dirci fin dall'inizio: quello che vedrai non è vero. E da quel momento è libero. Può esagerare, deformare, montare insieme tempi diversi, trasformare una stanza in un simbolo, far durare pochi secondi per minuti o comprimere vent'anni in una dissolvenza. Può mentire sui fatti per avvicinarsi a qualcosa che somiglia terribilmente a una verità.
La realtà, invece, gode di un privilegio molto più ambiguo. Non deve dichiarare le proprie scenografie. E così capita di prendere per autentico ciò che è soltanto ben rappresentato. Un'immagine. Una versione. Una postura. Una vita osservata dall'esterno. Una persona che sembra perfettamente coincidere con il personaggio che porta in scena. Forse la differenza non sta allora tra realtà e finzione. Sta nel sapere quando siamo davanti a una finzione.
Quando si riaccendono le luci, il film è finito. Gli attori lasciano i loro personaggi. Il set può essere smontato. I costumi riposti. La musica interrotta. La sala restituisce lentamente i volti alle persone. Poi usciamo. E ricominciamo a recitare tutte quelle parti che non vengono indicate nei titoli di coda. È forse questa la libertà segreta del cinema: concederci, per qualche ora, una finzione che non ha bisogno di fingere di essere vera. E mentre la guardiamo possiamo riconoscere, da una distanza abbastanza sicura, qualcosa delle finzioni che abitano anche il nostro quotidiano. Per questo, qualche volta, ciò che accade sullo schermo sembra più sincero di ciò che troviamo fuori. Non perché il cinema dica la verità. Ma perché ha l'eleganza di dichiarare la propria menzogna.