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ARTICOLI

SETTEMBRE

Immagine del redattore: ninasfrequency
ninasfrequency
18 set
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 21 set

L'arte della dissolvenza



Da ottobre ricomincio.

Da ottobre rimetto ordine.

Da ottobre farò quella cosa che continuo a rimandare, riprenderò quella che ho lasciato a metà, cambierò finalmente quell'abitudine.


Settembre ha questo strano privilegio: essere ancora presente e, contemporaneamente, essere già anticamera di qualcos'altro.

Forse è per questo che mi è sempre sembrato un mese cinematografico.

Non ha la nettezza di uno stacco.

Somiglia piuttosto a una dissolvenza incrociata: un'immagine non è ancora scomparsa mentre la successiva ha già cominciato ad apparire.

Per qualche secondo convivono entrambe.

Il mare conserva ancora il calore dei mesi precedenti. Si può arrivare sulla spiaggia in maglietta senza attraversare quei quaranta gradi che trasformano persino il piacere in resistenza.

L'aria cambia.

Si respira.

E poi c'è il cielo.

A settembre le nuvole sembrano recuperare improvvisamente il diritto di esistere. Tornano forme, profondità, ombre. Ci sono sere in cui basta alzare lo sguardo per assistere a uno spettacolo che non aveva annunciato nessuna prima.

Forse è questo che mi piace di settembre: non costringe ancora a scegliere.

Estate e autunno possono occupare la stessa giornata. Una maglietta e una sera fresca possono appartenersi. La nostalgia può convivere con il desiderio.

È un mese che tollera le contraddizioni.

E forse proprio per questo somiglia così tanto alla vita.

C'è poi un'immagine che, per me, torna ogni settembre.

Venezia.

Il Lido, le fotografie, i film, le persone che arrivano da ogni parte del mondo per entrare in una sala buia e guardare qualcosa che, fino a quel momento, non esisteva per loro.

Ogni anno qualcuno potrebbe domandarsi a cosa serva.

A cosa serve un film?

A cosa serve attraversare una città per vedere un quadro? Leggere un romanzo che non ci aiuterà a risolvere nessuno dei problemi di domani? Ascoltare una canzone per la centesima volta? Fermarsi davanti a un cielo quando si è già in ritardo?

Probabilmente a niente.

Ed è proprio qui che la faccenda si complica.

Perché abbiamo imparato a misurare molte cose attraverso la loro utilità. Il tempo deve produrre. Le esperienze devono servire. Persino ciò che amiamo sembra avere bisogno di una giustificazione.

Eppure alcune delle cose apparentemente più inutili sono proprio quelle che, molti anni dopo, ricordiamo meglio.

Un film visto nel momento giusto.

Una frase sottolineata su un libro.

Una voce ascoltata per caso.

Una sera in cui il cielo aveva un colore impossibile.

Allora forse la domanda non è quanto siano utili.

Siamo proprio sicuri di non aver confuso le cose serie con le cose utili?


Settembre, per me, porta questa domanda molto più vicino.

Forse perché è anche il mese in cui sono nata.

E per una strana geometria che la vita non si preoccupa mai di rendere elegante, è anche il mese in cui ho perso due delle persone che più ho amato.

Nello stesso anno.

A due settimane di distanza.

Due persone profonde, colte, impossibili da sostituire.

Non credo che il tempo riempia davvero certi vuoti. Forse cambia soltanto il modo in cui impariamo a guardarli.

Così nello stesso mese possono abitare il giorno in cui siamo venuti al mondo e quelli in cui una parte del nostro mondo se n'è andata.

E nessuna delle due cose cancella l'altra.

È ancora una dissolvenza incrociata.

Le immagini rimangono entrambe sullo schermo.

Per questo il vento di settembre mi è lieve, mi scuote e mi riconosce allo stesso tempo.

Porta con sé qualcosa che conosco e qualcosa che continua a sorprendermi.

Mi ricorda che la meraviglia può continuare a raggiungerci anche all'interno di un urlo di dolore.

Non perché il dolore diventi più piccolo.

Non perché ogni ferita debba trasformarsi in un insegnamento — certe cose non hanno nessuna lezione da impartire.

Semplicemente perché la meraviglia, qualche volta, continua a esistere accanto a tutto il resto.

Come il mare ancora caldo mentre l'aria sta già cambiando.

Come una nuvola che attraversa un cielo che credevamo immobile.

Come una sala che si spegne e, per qualche ora, ci permette di guardare la vita attraverso quella di qualcun altro.

Forse nulla deve necessariamente diventare definitivo nel modo in cui lo avevamo immaginato.

La dissolvenza esiste.

Non cancella l'immagine precedente.

La lascia lì abbastanza a lungo da permetterle di incontrarne un'altra.

Ed è forse in quel brevissimo spazio — quando ciò che è stato non è ancora scomparso e ciò che sarà non è ancora completamente arrivato — che settembre continua a sembrarmi uno dei mesi più vivi dell'anno.

Non una fine.

Non un inizio.

Il punto esatto in cui due immagini riescono, per un istante, a stare nello stesso fotogramma.

Nina FREQUENCY 📻

Frammenti e memorie del visibile.

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